DANIELE PICCININI
UN GARIBALDINO A SELVINO
Quando Daniele iniziò a frequentare l’Altopiano, la sua famiglia possedeva già da tempo una casa di campagna a Selvino. Sappiamo dalle lettere di Daniele che ebbe modo di frequentarla sin dalla più tenera età e fu qui che sviluppò la sua passione venatoria e, in particolare, per l’uccellagione. Questo genere di caccia consisteva nel catturare i volatili senza l’uso di armi, ma intrappolandoli in un roccolo. Dai suoi tre casotti di caccia (casei), posti poco sopra l’attuale cappella della Madonna della Neve, il Piccinini poteva tendere le reti e catturare le prede. La splendida cornice del panorama alpino, l’attesa della preda, che poteva protrarsi per ore o anche per giorni, ed i rumori della natura creavano certamente un’esperienza suggestiva ed unica. Dobbiamo anche pensare che fu a Selvino che il giovane Piccinini imparò a sparare e ad orientarsi nel fitto della vegetazione, cose che gli furono particolarmente utili durante le sue numerose campagne di guerra.
Sempre a Selvino, il Piccinini amava trascorrere i momenti di riposo e ricevere le visite degli amici e dei compagni d’arme.
Furono suoi ospiti: Benedetto Cairoli, Vittore Tasca, Luigi Dall’Ovo, il Cucchi, Missori, Carissimi e, naturalmente, Guido Sylva e Cesare Abba.
La sua villa rettangolare, oggi trasformata in una caffetteria, disponeva di un buon numero di stanze, un porticato ed un piccolo giardino recintato, dal quale svettava un alto faggio, che ancora oggi si può ammirare all’imbocco di Via Piccinini.
Il paese contava allora poco più di cinquecento abitanti, in maggioranza allevatori, contadini, boscaioli e le vie di comunicazioni erano per lo più sentieri.
Gli ospiti del Piccinini, dunque, dovevano sobbarcarsi un viaggio piuttosto scomodo per raggiungerlo tra i suoi monti. A testimoniare il fatto che comunque ne valesse la pena, basti l’esempio del generale Osio, istitutore del re Vittorio Emanuele II, che attraversò l’Altopiano in occasione delle Grandi Manovre dell’esercito, alcuni anni dopo la morte del Piccinini. Si innamorò a
tal punto della bellezza di questi luoghi che volle edificarvi una villa e ritornò a Selvino ogni volta che poté. Seguirono il suo esempio molti altri, specialmente dopo la realizzazione della strada per Nembro, nel 1919.
Quanto alla casa del Piccinini, alla morte di Daniele rimase di proprietà della famiglia Piccinini fino agli anni Novanta del XX secolo, quando venne venduta ed avviato il necessario restauro.